La Valle del Chiese riscopre un'antica vocazione enoica

di Giuseppe Casagrande
Dic. 2, 2019

La Valle del Chiese non è solo farina gialla, castagne, piccoli frutti, formaggi di malga, radicchio dell'orso, trote e salmerini alpini. Negli ultimi tempi sta riscoprendo un antico amore: la viticoltura. Una vocazione che affonda le radici nel Medioevo. L'Associazione Culturnova con il supporto della Fondazione Edmund Mach ha lanciato il Clisium, un vino che nasce da un incrocio tra il Moscato Ottonel e la Malvasia bianca di Candia: 1.375 bottiglie, rare e preziose.

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La Valle del Chiese non è solo farina gialla (da polenta, il famoso <Oro di Storo>), farina bianca o di grano saraceno. Non è solo castagne, piccoli frutti, formaggi di malga, radicchio dell'orso, trote e salmerini alpini. Negli ultimi tempi la valle sta riscoprendo un antico amore: la viticoltura. Una vocazione che affonda le radici nel Medioevo come conferma una approfondita ricerca storica e una ricca documentazione che testimonia come già nel Trecento l'uva e il vino fossero rigorosamente tutelati in valle. Dagli archivi, infatti, si apprende che all'epoca erano regolamentate non solo la vendemmia, ma anche il consumo e il commercio del vino nelle <taverne> comunali di Daone, Condino, Brione, Darzo, Por, Roncone, Agrone, Praso, Storo.

 

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La Valle del Chiese non è solo farina gialla (da polenta, il famoso <Oro di Storo>), farina bianca o di grano saraceno. Non è solo castagne, piccoli frutti, formaggi di malga, radicchio dell'orso, trote e salmerini alpini. Negli ultimi tempi la valle sta riscoprendo un antico amore: la viticoltura. Una vocazione che affonda le radici nel Medioevo come conferma una approfondita ricerca storica e una ricca documentazione che testimonia come già nel Trecento l'uva e il vino fossero rigorosamente tutelati in valle. Dagli archivi, infatti, si apprende che all'epoca erano regolamentate non solo la vendemmia, ma anche il consumo e il commercio del vino nelle <taverne> comunali di Daone, Condino, Brione, Darzo, Por, Roncone, Agrone, Praso, Storo.Il 6 maggio 1307, ad esempio, a Daone sotto il portico della chiesa di San Bartolomeo furono affissi gli statuti della comunità nei quali tra l'altro si sanzionavano severamente i furti d'uva, segno evidente che all'epoca la coltivazione della vite era assai diffusa. Nel 1390 un'ordinanza emessa dai <capifuoco> della comunità di Condino imponeva agli osti la misurazione del vino con l'apposita <bozzola> onde evitare frodi. A Storo, invece, gli statuti della comunità (anno 1480) sanzionavano coloro che causavano danni nei vigneti altrui con animali al pascolo, sottraevano uva o rubavano pali nei vigneti. Ed ancora: veniva sanzionato quell'oste che falsificava le misure o chi vendeva vino privatamente al minuto. Il tutto con ammende raddoppiate se i misfatti erano perpetrati nottetmpo e con l'esposizione del reo al pubblico ludibrio per un periodo a discrezione dei consoli.

 

 

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Anche ai tempi dell'Impero Austroungarico la Valle del Chiese poteva contare su una discreta produzione vitivinicola. Niente di eccezionale, per la verità, ma sufficiente per soddisfare il consumo domestico. All'epoca tante famiglie consideravano la coltivazione della vite una risorsa economica, non solo per il proprio sostentamento. Poi le due guerre, la carestia e i disordini di una terra di frontiera hanno decimato la viticoltura relegandola a cenerentola della valle.

Di epoca più recente, anzi recentissima, è la riscoperta di questo patrimonio storico. Ed è in questo contesto che si colloca la nascita dell'Associazione Culturnova del Chiese con sede a Condino. Fondata nel 2010 su impulso del Bim del Chiese con lo scopo di reintrodurre la viticoltura in Valle, l'associazione ha ben presto trovato una pattuglia di sostenitori (tra i più entusiasti Graziano Tamburini, patron dell'Albergo Aurora di Cimego), ricercatori (il paleografo giudicariese prof. Franco Bianchini) e imprenditori agricoli. Emblematica la scelta del nome (Culturnova) e del logo che richiamano la millenaria abilità dell'uomo nel lavorare la terra. In particolare la sapienza contadina del viticoltore che produce il nettare degli dei, elemento sacro assieme al pane della nostra civiltà

 

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Il progetto è stato supportato scientificamente dai tecnici della Fondazione Mach di San Michele all'Adige che hanno testato nuove varietà di vitigni a bacca bianca e a bacca rossa alla ricerca dei vitigni più vocati per habitat e condizioni pedoclimatiche. Lo studio ha interessato in particolare i cosiddetti vitigni Piwi (dal tedesco Pilzwiderstandfahig che significa vini resistenti alle crittogame e alle malattie fungine), vitigni che stanno incontrando sempre maggior successo anche in Trentino, soprattutto nelle vallate, anche a quote altimetricamente considerevoli. Qualche nome: Solaris, Bronner, Johanniter, Muscaris, Souvignier Gris, Regent.

 

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Per la Valle del Chiese i ricercatori della Fondazione Mach hanno studiato un vitigno a bacca bianca che mostra una buona resistenza sia alla peronospora che all’oidio. E così è nato <Clisium> (con chiaro riferimento latino al fiume Chiese che dà il nome alla valle), un vino che nasce da un incrocio tra il Moscato Ottonel e la Malvasia bianca di Candia. <In origine si sarebbe voluto utilizzare un vitigno autoctono, ma - come ha spiegato il responsabile del miglioramento genetico della vite della Fondazione Mach, Marco Stefanini - le leggi non consentivano di creare su quelle basi un vino per il commercio. A quel punto si è pensato di  abbandonare l'idea di salvaguardare un vitigno per puntare invece sull'identificazione di un territorio per tutelare un nome che rappresenta un luogo, meglio una valle. Questa è stata la nostra sfida. Alla fine ci siamo riusciti, selezionando un vitigno che rappresenta il genius loci di una valle».  Un punto di partenza, dal momento che i tecnici di San Michele stanno studiando anche un vitigno a bacca rossa (il Clisium Rosso) in attesa, in pieno boom delle bollicine, di uno spumante.

In sede di degustazione tecnica, Clisium Bianco si presenta con un colore giallo paglierino brillante. Al naso regala un bouquet floreale e una piacevole nota aromatica di noce moscata. Al gusto si propone secco, moderatamente alcolico (12 gradi) con buona sapidità e freschezza. Un vino equilibrato, armonico ed elegante. Dell'annata 2018 sono state prodotte 1.375 bottiglie. In alto i calici.

 

 

Nelle foto: Graziano Tamburini, uno degli artefici del progetto, mentre brinda con il neonato Clisium.  Marco Stefanini, responsabile del Centro Ricerca Vitivinicola della Fondazione Edmund Mach di San Michel