La Georgia culla del vino

di Giuseppe Casagrande
Luglio 3, 2020

L'Università di Tblisi ha chiesto all'Istituto Agrario Fondazione Edmund Mach di San Michele all'Adige una collaborazione tecnico-scientifica. L'Istituto trentino è una delle massime istituzioni europee in ambito vitivinicolo.

The University of Tblisi asked the Edmund Mach Foundation Agricultural Institute of San Michele all'Adige for a technical-scientific collaboration. The Trentino Institute is one of the highest European institutions in the wine sector.

 

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English text follows

Il prof. Attilio Scienza, cattedratico trentino di fama internazionale ( foto sotto ), non ha dubbi: la Georgia, ex repubblica dell'Unione Sovietica, indipendente dal 1991, è il paese caucasico dove per la prima volta la vite ha visto sorgere la luce, in altre parole la <culla> della viticoltura e dell'enologia soprattutto dopo la scoperta di quella che è considerata la più antica cantina del mondo, data di riferimento 8 mila anni fa. Ne parliamo per un progetto tecnico-scientifico che vede coinvolta la Fondazione Edmund Mach di San Michele all'Adige, una delle massime istituzioni europee in ambito agrario e vitivinicolo. Tblisi, pur contando su una famosa università di Viticoltura e un'ottima scuola professionale, ha chiesto all'Istituto trentino una collaborazione per attivare un percorso di studio per enotecnici già apprezzato in molte regioni del mondo. Un progetto che ha il fascino della storia e il sapore della modernità

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La Georgia caucasica vanta una storia vitivinicola millenaria. Già Omero nell’Odissea parlava dei vini profumati e frizzanti della Colchide (oggi Georgia occidentale), mentre Apollonio Rodio nelle <Argonautiche> racconta l'episodio legato ad una fontana ricolma di vino all'ombra di una vite che avrebbe dissetato gli argonauti di vino nelle adiacenze di un palazzo di Aieti (sempre nella Colchide). L’importanza della coltura della vite è messa in risalto anche dalla figura simbolo del cristianesimo in Georgia: Santa Nino. La croce utilizzata dalla santa che convertì il re d’Iberia al cristianesimo nel 327 d.C., infatti, è fatta di tralci di vite, oggi simbolo della cristianità georgiana. La vite e la croce di Santa Nino sono presenti negli affreschi e sui bassorilievi di centinaia di monasteri e chiese disseminate su tutto il territorio georgiano.

Da millenni crocevia di popoli, incastonata nel Caucaso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, la Georgia presenta una mappa composita dal punto di vista ampelografico, con quasi tutta la fascia centrale del Paese coltivata a vigne. Con una varietà di 525 vitigni indigeni – di cui solo una trentina utilizzati per la coltivazione – la Georgia si può suddividere in una decina di aree: Abkhazia, Samegrelo, Guria, Adjara, Lechkhumi, Racha, Imereti, Meshketi, Kartli e Kakheti. Proprio quest'ultima regione, Kakheti, è il fulcro della produzione vinicola georgiana e per questo è chiamata la «terra del vino».

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David Magradze, docente di viticultura ed enologia dell'università di Tbilisi, ritiene che secondo i più recenti studi archeologici, l’addomesticazione della vite risalga nel Caucaso meridionale tra il VI ed il V millennio a.C., in pratica nello stesso periodo in cui avrebbe preso forma la Mesopotamia. È in questa epoca che ebbe inizio lo sviluppo nella parte centrale della regione transcaucasica della cultura di Shulaveri-Shomu, la più antica cultura del Neolitico nel Caucaso. E proprio a questo periodo risalgono alcuni semi di vite ritrovati in una cantina di Gadachrili Gora, villaggio neolitico della Georgia ad una trentina di chilometri da Tbilisi. In questa cantina gli archeologi della Hebrew University of Jerusalem hanno trovato dei vasellami interrati nei pavimenti delle abitazioni, alcune anfore decorate con dei grappoli, ma anche polline di vite e vinaccioli.

La più antica bevanda fermentata al mondo nota ai ricercatori, una sorta di cocktail di riso, miele e frutta, fu realizzata in Cina circa 9 mila anni fa, ma quello scoperto a Gadachrili Gora è indubbiamente il vino più antico. Supera di duemila anni anche il vino più antico d'Italia, le cui tracce sono state scoperte recentemente in giare recuperate in due siti siciliani: uno sul monte San Calogero a pochi chilometri da Sciacca, in provincia di Agrigento, e l'altro a San'Ippolito di Caltagirone, in provincia di Catania.

 

La Georgia è famosa nel mondo per un'antica tecnica di vinificazione: le anfore, enormi vasi di argilla, chiamati kvevris, ancora in uso tra i contadini per la fermentazione e l'affinamento del vino. Il kvevri viene sotterrato lasciando aperta solo la sommità, viene riempito con l'uva già schiacciata e non filtrata, quindi nell'anfora viene messo a fermentare sia il mosto sia la vinaccia, pratica che rende i vini georgiani particolarmente tannici e di gradazione alcolica più alta di quella europea. Una tecnica ancestrale che in Italia ha trovato proseliti in Friuli Venezia Giulia (Josko Gravner, pioniere degli <Orange wine>), in Croazia (Marino Kabola Markezic) e in Trentino (Elisabetta Foradori). Ai tempi dell’Unione Sovietica questa tradizione ha rischiato di scomparire. La Georgia, infatti, era diventata il vigneto dell'impero sovietico e per soddisfare la sete della Grande Madre Russia vennero costruiti enormi stabilimenti per produrre vini semidolci con l'aggiunta al mosto di acqua e zucchero. Oggi queste fabbriche arrugginiscono abbandonate ai lati delle strade. Per questo la Georgia guarda a noi per rinverdire con tecnologie moderne una tradizione millenaria.

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The professor. Attilio Scienza, an internationally renowned Trentino professor, (photo above) has no doubts: Georgia, the former republic of the Soviet Union, independent since 1991, is the Caucasian country where for the first time the vine saw the light rise, in others words the <cradle> of viticulture and oenology especially after the discovery of what is considered the oldest cellar in the world, a reference date 8 thousand years ago. We are talking about it for a technical-scientific project involving the Edmund Mach Foundation of San Michele all'Adige, one of the highest European institutions in the agricultural and wine sector. Tblisi, while counting on a famous university of viticulture and an excellent professional school, has asked the Trentino Institute for a collaboration to activate a study path for winemakers already appreciated in many regions of the world. A project that has the charm of history and the flavor of modernity.

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Caucasian Georgia has a thousand-year history of winemaking. Homer in the Odyssey already spoke of the fragrant and sparkling wines of Colchis (today western Georgia), while Apollonius Rodio in the <Argonautics> tells the episode related to a fountain full of wine in the shade of a vine that would quench the wine argonauts in the vicinity of a palace in Aieti (always in Colchide). The importance of vine cultivation is also highlighted by the symbolic figure of Christianity in Georgia: Santa Nino. The cross used by the saint who converted the king of Iberia to Christianity in 327 AD, in fact, is made of vine branches, today a symbol of Georgian Christianity. The vine and the cross of Santa Nino are present in the frescoes and bas-reliefs of hundreds of monasteries and churches scattered throughout the Georgian territory.
For thousands of years, a crossroads of peoples, nestled in the Caucasus between the Black Sea and the Caspian Sea, Georgia presents a composite map from the ampelographic point of view, with almost the entire central belt of the country cultivated with vineyards. With a variety of 525 indigenous vines - of which only about thirty used for cultivation - Georgia can be divided into a dozen areas: Abkhazia, Samegrelo, Guria, Adjara, Lechkhumi, Racha, Imereti, Meshketi, Kartli and Kakheti. The latter region, Kakheti, is the center of Georgian wine production and for this reason it is called the "land of wine".

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David Magradze, professor of viticulture and oenology at the University of Tbilisi, believes that according to the most recent archaeological studies, the domestication of the vine dates back to the southern Caucasus between the sixth and fifth millennium BC, practically in the same period in which it would have taken forms Mesopotamia. It is in this era that the development of the Shulaveri-Shomu culture, the oldest Neolithic culture in the Caucasus, began in the central part of the Transcaucasian region. It is from this period that some vine seeds date back to a winery in Gadachrili Gora, a Neolithic village in Georgia about thirty kilometers from Tbilisi. In this cellar, archaeologists from the Hebrew University of Jerusalem found earthenware in the floors of the houses, some amphorae decorated with bunches, but also pollen from grapevines and grape seeds.
The oldest fermented drink in the world known to researchers, a sort of rice, honey and fruit cocktail, was made in China about 9 thousand years ago, but the one discovered in Gadachrili Gora is undoubtedly the oldest wine. Even the oldest wine in Italy exceeds two thousand years, the traces of which were recently discovered in jars recovered in two Sicilian sites: one on Mount San Calogero a few kilometers from Sciacca, in the province of Agrigento, and the other in San 'Ippolito di Caltagirone, in the province of Catania.

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Georgia is world famous for an ancient winemaking technique: amphorae, huge clay pots, called kvevris, still in use among farmers for the fermentation and refinement of wine. The kvevri is buried leaving only the top open, is filled with the grapes already crushed and unfiltered, then in the amphora both the must and the marc are fermented, a practice that makes Georgian wines particularly tannic and with an alcoholic strength more high than the European one. An ancestral technique that in Italy has found proselytes in Friuli Venezia Giulia (Josko Gravner, pioneer of <Orange wine>), in Croatia (Marino Kabola Markezic) and in Trentino (Elisabetta Foradori). In the times of the Soviet Union, this tradition risked disappearing. Georgia, in fact, had become the vineyard of the Soviet empire and to satisfy the thirst of the Great Mother Russia huge factories were built to produce semi-sweet wines with the addition of water and sugar to the must. Today these factories rust abandoned on the sides of the roads. This is why Georgia looks to us to revive a thousand-year-old tradition with modern technologies.

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