Sic et simpliciter

di Giovanna Romeo
Giugno 4, 2019

Stefano Antonucci e il Verdicchio di Santa Barbara

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“Raccontare la storia dei miei vini e della nostra Cantina rappresenta per me un motivo di vanto e di orgoglio e poterlo fare in una città come Milano mi riempie di immensa gioia”: esordisce così Stefano Antonucci alla presentazione della sua ultima annata di Verdicchio e della verticale che esplora l’evoluzione di questo incredibile vitigno in diverse etichette da lui prodotte, dall’anno 2018 al 2016 con un salto all’indietro fino al 2007. Un viaggio sensoriale tra calici come “Le Vaglie” o “Stefano Antonucci - Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore” fino a “Tardivo ma non Tardo”, il frutto di un territorio come quello marchigiano e di una passione che anima ogni scelta. Un vignaiolo alla ricerca della compiutezza stilistica, che ama profondamente la sua terra e della quale ha imparato a rispettare segreti e virtù.

 

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Quarantacinque ettari di vigneto dai 25 ai 40 anni e novecentomila bottiglie prodotte, con il privilegio di luoghi come Santa Barbara e di colline sinuose collocate tra il Mar Adriatico e gli Appennini. Il 52% della produzione viene esportata in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti fino ai paesi asiatici, raccontando di un grande autoctono italiano che mostra caratteristiche uniche e affascinanti. Le Vaglie è il Verdicchio Classico che nasce nel 1992 rompendo ogni schema e scelta stilistica. A più di venticinque anni dalla prima produzione parla ancora una sola lingua: profondità ed espansione, densità di naso e di spessore, “balance” ovvero armonia olfattiva e gustativa. E se l’equilibrio è qualcosa che enologicamente si può costruire in cantina è l’armonia che parla di terreni, di climi, di lavorazioni, di vigna. Bocca e naso taglienti, una vera freccia di salinità e iodio, la parte selvatica che affascina con i profumi di salvia e timo, la bocca cremosa che si spinge al cedro, a tratti dolce e a tratti amaro, così elegantemente “bitter and sour”.

 

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Solo acciaio e due anni di affinamento sulle fecce fini per “Tardivo ma non Tardo” 2016. Un’etichetta realizzata dalla pittrice – ristoratrice Catia Uliassi, forte di autonomia espressiva proprio come il vino. Una vera e propria esplosione di profumi, un Verdicchio che coinvolge tutti i sensi, dai luminosi riflessi dorati alle fragranze che ricordano la frutta tropicale, il caco dolce e maturo fino alla note balsamiche di basilico. Sorso vivace e fresco e la salinità tipica del vitigno.

Tra le 22 etichette prodotte spicca l’internazionale Merlot “Mossone”. Bottiglia n. 4702 su 7912 è il vino di “Mossi”, soprannome di Stefano. More e cassis e una buona dose di freschezza; le botti migliori per un affinamento all’insegna della precisione stilistica.

 

 

Stefano Antonucci lascia, da e darà: così e semplicemente.

 

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