Romano Dal Forno, illuminista visionario

di Giovanna Romeo
Dic. 20, 2018

Non ha titoli da esibire ma soprattutto non è un predestinato

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Sono quei momenti spesi a parlare di vino senza renderti conto che ti avvicini alla vita, alla memoria, alla storia. Quella di un territorio, circondato dai Monti Lessini a est di Verona, che racconta di agricoltura e di viticoltura; la stessa di un uomo che definire visionario e illuminista pare quasi riduttivo. Romano Dal Forno nasce nel 1957, non ha titoli da esibire ma soprattutto non è un predestinato. É figlio di contadini di una campagna che dagli anni ’60 non produceva più reddito. Il padre, con una buona dose di lungimiranza, divenne uno spaccalegna, lavoro che in quegli anni era in auge, faticosissimo ma redditizio per chi sognava le certezze che la vita contadina non garantiva più.

 

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“Tutto cominciò nel 1983, anche se l’incontro con Giuseppe Quintarelli risale ai primi mesi del 1980: quello fu il momento in cui nacque il desiderio di realizzare quello che oggi posso raccontare”. “C’eravamo sposati da poco io e mia moglie, entrambi giovanissimi; dovendo provvedere alle esigenze della mia nuova famiglia mi resi conto, ben presto che fare il contadino non mi avrebbe permesso di costruire il futuro che volevo per i miei figli. Il lavoro agricolo era per certi versi umiliante e frustrante, non tanto per quel che rappresentava – mani sporche e fatica – ma per quella nostra mentalità veneta che si scontrava con la quotidiana incertezza di annate, clima e raccolti. Quindi l’incapacità di contrarre debiti e prestiti per far fronte al futuro”. “Non c’era alcuna dignità, solo tanta vulnerabilità”.

 

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Questi gli argomenti ad agitare l’animo di un ragazzo che sognava in grande, gli stessi che lo condussero a convertire l’azienda agricola del padre in una produzione vitivinicola. Romano iniziò a produrre vino, vendendolo personalmente porta a porta al vicinato. Racconta di essere stato folgorato da una bottiglia di Giuseppe Quintarelli posta su uno scaffale; “Mi sarebbe piaciuto incontrarlo ma sembrava inavvicinabile, a Illasi si raccontava che fosse un uomo molto schivo”. Il destino però gli fu favorevole: Quintarelli, classe 1927, vide in questo giovane una possibile continuità della sua tradizione e del suo pensiero. Gli insegnò tutto ciò che c’era da sapere e tutto quello che egli stesso non aveva ancora realizzato ma che riteneva si potesse e si dovesse fare. Gli permise di capire il vino assaggiando calici che un giovane imberbe non avrebbe mai potuto permettersi.

 

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“Non pensai mai che quello che mi raccontava non fosse la cosa giusta da farsi; arrivai a casa e cominciai a diradare la vigna esattamente come mi insegnò lui, con i grappoli interi che cadevano a terra, in un momento storico in cui tutto questo sembrava pura follia”. Non vacillò un attimo, il suo giuramento fu di non tornare mai più indietro anche se con fatica, perché si rese subito conto che mancava il sostegno della famiglia, a causa del pensiero più cauto del padre Ernesto e per le paure della moglie Loretta. “Se vuoi fare un cambiamento non puoi usare termini come sì ma, forse; con premesse di questo genere non si va da nessuna parte. Devi sposare la causa e crederci fino in fondo. Così comprai le prime botti usate”.

Sette ettari e mezzo di vigna senza perdere mai di vista la congiunzione tra luogo e pianta, custodendo tutto quello che è il corredo espressivo dell’acino, senza stravolgere il processo naturale della vite. La natura regna sovrana nella sua produzione, il frutto viene solo esaltato senza perdere alcunché della sua bellezza. “Facevo in vigna tutto ciò che mi aveva suggerito Giuseppe, il cui verbo era “Io sono la tradizione”; quindi diradare, fare attenzione ai grappoli in maturazione, osservare l’acino che passisce nel fruttaio, ma introducendo l’ammodernamento, un paragrafo nuovo a questo capitolo delle mia vita ”.

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Iniziarono quindi i viaggi che gli permisero di conoscere il lavoro di altri vignaioli e di coglierne le diverse visioni: in Piemonte, in Toscana e in Francia. Nel 1998 sostituisce le vasche di cemento con tini di acciaio a temperatura controllata; nel 1999 realizza il processo di autoproduzione dell’azoto; nel 2004 adotta un sistema che non permette l’ossidazione del vino nel momento di rabbocco della barrique attraverso un controllo minuzioso della quantità di ossigeno a cui viene esposto il vino. Il tema del controllo dell’ossigeno è un processo a cui Romano tiene particolarmente: “in queste zone tutto quello che conosciamo è l’appassimento, una fase delicata in cui le uve sono esposte ad una quantità di aria così importante che è fondamentale inventare soluzioni che mantengano l’integrità del frutto, accrescendone le potenzialità, già di per sé notevoli”. Non si parla di “vino costruito”, non si tratta dell’intrusione umana in un processo che nasce naturale, ma dell’innovazione come momento di salvaguardia di tanta naturalità. Nuove forme di linguaggio e nuove soluzioni tecnologiche sono intuizioni di un produttore illuminato, nel tentativo di preservare quel corredo aromatico dell’uva fatto di elementi odorosi e gustativi, di acidità e freschezza. Una ricchezza che è garantita dalla generosità di un territorio e dal grande rispetto per la terra.

 

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Tre i vini prodotti, per un numero totale di circa 55 mila bottiglie: Valpolicella Superiore, Amarone e Vigna Seré. Le uve utilizzate sono Corvina e Corvinone, Rondinella e Oseleta con un piccolo saldo di Croatina. Dal 2002 anche le uve del Valpolicella Superiore, Località Lodoletta, subiscono un leggero appassimento in fruttaio. Il mosto fermenta in acciaio a una temperatura controllata di 28 gradi. Le follature automatiche sono frutto di un modernissimo impianto di controllo. Ventiquattro mesi di affinamento in barrique e trentasei mesi di maturazione in bottiglia donano un calice di infinita seduzione nel quale si rincorrono le dolcezze. L’annata 2011 svela un intenso profilo aromatico che gioca sul frutto rosso scuro, dalle more, ai mirtilli, alle spezie dolci, al cuoio. La bocca è piena e rotonda.

Pare essere immortale il sorso di Amarone Località Lodoletta, 2010: una piccola opera d’arte, un assaggio tra emozione e contemplazione, un vero e proprio vino da meditazione che sprigiona al naso profumi di confettura di mirtilli, cacao, tartufo, cannella, anice; in bocca è fresco, energico, vivo.

Vigna Seré è la massima espressione del suo lavoro, nonché la summa della tradizione del territorio veronese. Il Recioto, prodotto in sole 6 annate su 33 di vendemmie, è fatto di opulenza e generosità; infinitamente ampio al naso nei suoi profumi di prugna, amarena, caffè e dolci note di vaniglia, meravigliosamente intrigante in bocca. Arrivano insieme dritti al cuore, l’uomo, il suo vino, l'essenza.

 

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