Il Greco della Costa dei Gelsomini

di Maristella Vita
Ott. 14, 2017

 

Nella Costa dei Gelsomini, il versante ionico meridionale calabrese, nella Magna Grecia, nei territori della “Locri Epizeferi”, ogni famiglia un tempo produceva e ancor oggi spesso produce, un vino conosciuto come “il Greco”. Le Aziende agricole qui si tramandano di padre in figlio, da generazioni, la preziosa tradizione. Un vino passito, di colore giallo tendente al dorato, con riflessi ambrati se sorseggiato sotto il sole della terra madre. Il Greco di Bianco (RC), prima di essere disciplinato - oggi è una DOC -, “cambiava” da casa a casa, s’imbottigliava per esser stappato ed offerto all’ospite, al viandante stanco che passava, abbinato ad un piatto di formaggi di casa (pecorini) o la pasticceria alla mandorla (splendida  tipicità locale): da oltre 2000 anni, qui l’ospitalità è sacra.

 

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Oggi, bella novità, esiste la neo nata Rete delle vigne del Greco di Bianco DOC, la prima Rete d’impresa della Provincia di Reggio Calabria sorta con uno scopo preciso: il miglioramento delle tecniche di produzione, per portare questa eccellenza locale a farsi amare in tutte le tavole del mondo e non chiuderla gelosamente, solo nelle cantine calabresi. Un vino caldo come il sole che ha appassito sui graticci i suoi acini, morbido ma corretto da equilibrate note acide, con un profumo etereo che invita al consumo in situazioni di pace, di rilassamento, di riflessione. Sembra spiacevolmente essere questo il limite della DOC ionica: l’uomo d’oggi non ha tempo per sedersi, prendersi una pausa ed assaporare questi piaceri, nemmeno se si tratta di eccellenze. Non più ma fu così, per il Greco, in passato.

 

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Il vitigno di queste coste ha infatti una affascinante storia che lo lega ai nobili della Grecia antica; la leggenda indica il suo arrivo nel VII secolo a.C., quando i Greci sbarcarono,  presso il promontorio Zefirio, oggi Capo Bruzzano, vicino a Bianco. A quel tempo, con le sue uve appassite sulle canne, ci si faceva un vino denso da allungare con l’acqua, buono per rallegrare i nobili greci prima e poi romani, durante il simposio.

È ormai assodato che si tratta di una malvasia; il vitigno ha infatti “relazioni” a livello di germoplasma con le varie malvasie mediterranee, a cominciare da quelle dell’ex Jugoslavia. Il frutto delle viti di queste coste è quindi la varietà di malvasia più antica d’Italia, probabilmente il vino più antico dello stivale.

 

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L’archeologia si intreccia col Greco di Bianco, la millenaria storia della gente di qui non è separabile dalla sua produzione. Una vocazione vitivinicola ben chiara anche nei reperti: lo dimostra la prossima apertura del Museo del Vino di Bianco, che documenta la storicità di queste produzioni e racconta dei tanti palmenti, oltre 700, alcuni veramente molto antichi, sparsi nelle colline bianchesi. Anche il metodo di appassimento delle uve documenta la storia antica di questo vino, tecnica utilizzata ancor oggi e fissata dal disciplinare della DOC: raccolte rigorosamente a mano e poste delicatamente su graticci di canna al sole (alcuni produttori usano tecniche più moderne, ma ammesse). L’uva subisce un appassimento di 10-12 giorni, che può determinare, in relazione al contenuto in zuccheri, una riduzione di peso fino al 35%. Al termine avvengono pigiatura e torchiatura. La resa massima in vino al consumo non deve essere superiore al 45%.

 

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Oltre al Greco di Bianco DOC, l’altro vitigno autoctono utilizzato per la produzione di un altrettanto ottimo passito è il Mantonico, una IGT, uva che ha saputo catturare l’attenzione del famoso Prof. Attilio Scienza (Università di Milano), che dice essere: “da reinventare, può diventare il nuovo volano dell’enologia del territorio. A differenza del Greco Doc - ottimo passito ma consumato principalmente nei momenti importanti quindi con potenzialità di mercato più ridotte -, il Mantonico, continua il luminare, risulta più adatto per una versione secca, ad un uso immediato, di facile beva come richiesto oggi dalle nuove tendenze del bere”.