I pionieri altoatesini dei PIWI Werner Morandell

di Vinoecibo
Ott. 11, 2018

Con i PIWI la scelta varietale utile per ridurre l’impatto sull’ambiente

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Pilzwiderstandfähig è il termine racchiuso nel più semplice acronimo PIWI, ovvero le varietà resistenti ai funghi. Trova una certa popolarità in Trentino e in Alto Adige, territorio non solo vocato alla viticoltura ma anche importante meta turistica, una regione ricca di boschi, sentieri e piste ciclabili che crede fortemente nella produzione vitivinicola sostenibile. Ecco allora che i PIWI si pongono come scelta varietale utile per ridurre l’impatto sull’ambiente, in particolare nell’ottica della diminuzione di pesticidi e chimica in vigna. Era da tempo che desideravo conoscere in modo più esaustivo sia i vitigni resistenti sia i vini che vengono prodotti con le loro uve. Se da una parte mi affascinavano proprio per la loro idea di naturalità ed ecosostenibilità, dall’altra mi suggerivano dubbi e perplessità da un punto di vista meramente gustativo.

 

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Vini che talvolta avevano un gusto che ancora “lasciava a desiderare”, con un naso foxy e il penetrante sentore di uva fragola, oltre alla tendenza a formare alcool metilico in fermentazione. Tutte questi limiti ne hanno bloccato per lungo tempo la diffusione come varietà da vino, malgrado il grande vantaggio della immunità da malattie e fillossera. Gli obiettivi della ricerca, da tempo, si sono indirizzati a nuove varietà come Bronner, Solaris, Souvignier Gris, Johanniter, tutte in grado di assicurare livelli qualitativi molto elevati pari alla Vitis vinifera europea mantenendo, al tempo stesso, la capacità di resistere alle malattie. Per entrare nel mondo PIWI e capire quanto di positivo vi sia in esso, è bene fare un passo indietro. In Europa la Vitis silvestris esiste da circa dieci milioni di anni ed è arrivata sino ai giorni nostri non solo adattandosi ai cambiamenti climatici ma anche incrociandosi al fine di sopravvivere, in modo del tutto spontaneo, dando così origine alla specie Vitis vinifera sativa.

 

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La Vitis labrusca, ovvero la vite selvatica americana usata principalmente come frutta era, invece, particolarmente resistente alle malattie crittogamiche. A fine 1800, l’arrivo della fillossera ha reso necessari incroci tra vite americana e vite europea proprio per evitare l’estinzione della viticoltura. La vite europea è stata così innestata su vite americana. Questo per evidenziare, specificare e sottolineare che i PIWI sono varietà interspecifiche, nascono cioè tra due tipologie, di cui una particolarmente resistente alle malattie ma meno idonea a produrre vino e l’altra certamente più sensibile alle malattie ma eccellente nella produzione vinicola. È bene sottolineare che non si tratta di ogm, non si aggiungono quindi geni, ma si incrociano semplicemente specie. Ciò permette di ottenere piante che resistono a oidio e peronospora e richiedono uno, al massimo due, trattamenti l’anno rispetto ai tredici o quattordici possibili. Forse, allora, è giunto il momento di guardare all’innovazione nell’agricoltura, purché eticamente controllata, con la stessa fiducia che si ripone in tutte le altre scienze.

 

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Così sono andata Alto Adige e ho incontrato alcuni dei pionieri della coltivazione di vitigni resistenti, tre vignaioli che lavorano con i PIWI realizzando prodotti di assoluta qualità: Werner Morandell di Lieselehof a Caldaro, Thomas Niedermayr a San Michele ad Appiano ed infine Patrick Uccelli di Tenuta Dornach. Il nome Morandell è l’equazione tra grande vignaiolo e antesignano della viticoltura organico biologica. Werner mi accoglie nel suo Museo della Vite, qualcosa di semplicemente unico e di mai visto prima. “Sin da ragazzo insieme a mio padre Gottlieb-Amadeus iniziai a sperimentare innesti di viti giovani, tanto che a 14 anni, dopo avere messo via gli albi dei francobolli, ho iniziato ad assemblare qualche vitigno autoctono, poi qualche vitigno nazionale, ed infine qualche vitigno estero fino ad arrivare a circa trenta/quaranta vitigni diversi”. “Nasce cosi - racconta Werner - da un suggerimento di un amico, il dottor Helmut Köcher, organizzatore del Merano Wine Festival, l’idea di un museo”. Verrà realizzato concretamente nel maggio del 2005. Oggi è composto da 360 vitigni provenienti da tutto il mondo; organizzato su quattro filari, le cui viti sono state piantate secondo un ordine che vede la nazione, il continente, e le tipologie.

 

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Sono allevati ben 70 differenti vitigni PIWI che durante il periodo di crescita mostrano le loro differenze. È presente anche l’uva da tavola insieme a varietà singolari come la vite al prezzemolo appartenente alla famiglia degli Chasselas o varietà estinte come il Riesling rosso o Roter Riesling, gelosamente custodito. La conoscenza dei PIWI passa quindi attraverso la cultura dei vitigni resistenti, dagli assaggi insieme ai vignaioli al tentativo di comprenderne anche la loro bellezza come varietà semplicemente ammirandone la crescita in vigna. E se il mio scetticismo iniziale ha lasciato il posto a un vivo interesse dopo appena poche ore di tour didattico, la convinzione definitiva è arrivata dopo aver bevuto. Non serve chiudere gli occhi per immaginare il vigneto; il Passo Mendola sovrasta il Maso Lieselehof, si erge imponente su Caldaro e in una giornata di sole si lascia ammirare in tutta la sua bellezza. Difficile pensare a filari di Solaris in questi luoghi a 1300 metri sul livello del mare, agli inverni rigidi, ai metri di neve. Il racconto di questa vigna di montagna che Werner ha descritto in un libro è la sintesi della bellezza dei PIWI e nello stesso tempo della fatica dell’essere vignaiolo.

 

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Io allora mi concentro sul calice, mi abbandono ai miei sensi e scopro una tra le più belle espressioni di uva Solaris. Il “Vino Del Passo” è potenza olfattiva e gustativa, nonostante cresca ad altitudini importanti. Il colore è giallo paglierino molto chiaro, decisamente luminoso. Il naso rapisce, libera emozioni, accende desideri. Ci ritrovo aromi complessi di agrumi, erbe selvatiche, un effluvio floreale fresco di genzianella e anemoni gialli; note di pesca gialla e camomilla dominano le percezioni olfattive. Il sorso non tradisce. In bocca è sapido, fresco, tagliente, mentre note di spezie bianche rincorrono i sapori della frutta tropicale. Il finale è lunghissimo. Il vino di un vitigno che non si può ignorare, che va conosciuto e approfondito, una bottiglia unica da custodire gelosamente nella propria cantinetta, in attesa della prossima cena in riva al mare.

Werner Morandell- Vino Del Passo - Lieselehof: “La vite come il regalo più grande che abbia ricevuto”