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Bellaguardia, la Durella nei vetri solo con il metodo classico

di Il Merlo Parlante
Ott. 11, 2017

Marco Caltran e Isidoro Macagnan, i degni eredi di una razza di vignaioli che fin dai tempi delle sorelle Strobele ha creduto nella Durella

Bella Guardia Zero, Bellaguardia Extra, Bellaguardia Capuleti Rosè, Romeo il Durello del Castello, e Bellaguardia Riserva di Mario 1955. Sono questi i 5 nomi dei 5 risultati enologici ottenuti ad ogni vendemmia dall'azienda Bellaguardia, che ha fatto del metodo classico il suo credo imprenditoriale nella produzione spumantistica di gran qualità e proprio in una delle zone più vocate alla produzione di bollicine. Vale a dire in quel Veneto che continua a mietere successi internazionali con il suo Prosecco ma sempre più presente anche con un altro protagonista della scena nel mondo delle bolllicine: il Lessini Durello Doc.

 

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Un vino che comincia la sua storia da un'uva che è figlia di un vitigno antichissimo e chiamata fin dal 1220 Durasena, dal latino, Durus Acinus, con riferimento allo spessore della sua buccia ricca di tannini. Che insieme alla spiccata acidità e l'indomabile ruvidità, alimentata da piante dalle radici eternamente in lotta con un suolo vulcanico, dai mille volti e dalle variegate note geologiche, sono la connotazione più ferma che ogni buon enologo sa riconoscere. Così come si usa fare nelle cantine dell'azienda Bellaguardia, in quel della vicentina Montecchio, fin da quando, agli inizi del secolo scorso, c'erano le sorelle Strobele. Proprietarie della costa del monte di Montecchio, ora inclusa nella proprietà Bellaguardia, che dopo il passaggio nelle mani di Emilio Ronzan, oggi è governata da Marco Caltran e Isidoro Macagnan.

 

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Degni eredi di una razza di vignaioli che fin dai tempi delle sorelle Strobele hanno sempre creduto nella forza vulcanica di un vino che in realtà, fino a qualche decennio fa, non era certo fra le attenzioni di tutti i più accreditati wine writer, esperti bloggeristi o sommelier e, non ultimi, di tutti i gran sapientoni d'oggi che dissertano ora su questo vino ora su quell'altro. Magari ignorandone la sua vera identità di vino già noto e famoso seppure fra le vallate disegnate dai contrafforti rocciosi dei Lessini fra il finire del vicentino e l'inizio del veronese. Quando, portato dalle Strobele all'Antica Fiera dei cavalli di Lonigo, avocata poi da Verona, il Durello veniva richiesto e chiamato con il nome di “Champagne dei Castelli “ .

 

 

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Questo per via del fatto che leggenda medievale vuole che in quelle terra avessero avuto le loro dimore merlate i Capuleti e i Montecchi. Cognomi immortali di Giulietta e Romeo, come scrisse Shakespeare, rubandoli e mutandoli, forse, al vicentino  Luigi Da Porto. Che mai avrebbe immaginato che i suoi fantasiosi personaggi diventassero tanto popolari da "ispirare" perfino il grande Shakespeare. Nessuno è profeta in patria, sembra essere la morale, ma non per le bollicine firmate Bellaguardia, serviti nei locali stellati e blasonati, segnalati finanche dal noto gastronauta Davide Paolini, ma ancor prima da quel grande amico dell'autoctono Durello che risponde al nome di Morello Pecchioli. Antesignano fra giornalisti di settore a scrivere e diffondere la filosofia della cantina Bellaguardia, anticipandone il successo.

Altri poi i giornalisti in tempi non sospetti che si sono occupati delle bollicine di Marco Caltran e Isidoro Macagnan. Tutti concordi nell'assegnare ai “metodi classici” , usciti di anno in anno dalle cantine di pietra dell'azienda Bellaguardia, sotto il castello di Montecchio, il massimo dei loro punteggi. Senza contare poi le segnalazione delle guide più autorevoli che anno dopo anno arricchiscono il medagliere di questa cantina.

 

 

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Specializzata, per così dire, nel produrre bollicine solo con il metodo classico e mettendo in bottiglia tutta la forza e la piacevolezza dell'uva Durella, che, anche se in percentuale contenuta, come nel caso del solo 25% con il 75% di Pinot per il dosaggio zero, etichetta Lo Zero, riesce a trasmettere tutta la sua veracità con le sue note di frutta matura ma anche di liquerizia e di qualche frutto esotico come l'ananas. Di contro invece come espressione più corposa dentro ai vetri con l'etichetta Romeo, il Durello del Castello dove la Durella è presente senza compromessi o altre uve. Che si riscontrano di contro nella Riserva di Mario, in onore del papà di Marco, Mario Caltran, dove la sua acidità viene appaiata all'immediatezza dei gusti e sapori del Pinot bianco, creando un mix fatto da note intense di piacevole frutta matura. O ancora, sempre accompagnata da Pinot nei vetri del Bellaguardia extra. Esclusa infine totalmente nel Capuleti Rosè a base di Pinot nero. Ma questa è un altra storia e non di Durella.

Bellaguardia