A Treiso i grandi bianchi di Orlando Abrigo

di Giovanna Romeo
Aprile 25, 2019

In una terra dove vigneti e declivi si alternano a valli e calanchi per fondersi in un sito patrimonio dell'Unesco

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Le Langhe, si sa, regalano grandi vini rossi e Treiso è nome indissolubilmente legato a quello del Barbaresco. Si trova al centro di un territorio che si snoda da Alba fino alle alture astigiane, nell’area orientale che guarda il Roero. Punto di incontro di cinque colline e sito Unesco, ha una vista incomparabile che punta dritto al cuore: vigneti e declivi che si alternano a valli e calanchi, suoli di marne compatte grigie e strati di sabbia, le cosiddette Formazioni di Lequio che regalano caratteristiche uniche al mondo al Nebbiolo.

 

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È quando, invece, conosco Giovanni Abrigo dell’Azienda Agricola Orlando Abrigo, che rimango incredibilmente colpita dalle sue considerevoli etichette di vini bianchi. Li definirei rari e imperdibili ancor più per il fatto di essere attorniati da numerosi Cru di Barbaresco. Giovanni naturalmente è maestro anche parlando di Nebbiolo. Racconta delle importanti acquisizioni di vigne recentemente entrate a far parte della sua azienda come “Valmaggiore” e altre rilevanti menzioni di Barbaresco che con il suo lavoro, chirurgico e certosino, ha portato a livelli singolari.

 

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“Siamo nella parte più alta della zona di Treiso, per molto tempo considerata zona di serie b , anche se di fatto, stando ai vini realizzati, dovremmo aprire un discorso che parla di vigna più che di zone e di numeri di ore di lavoro trascorse tra i filari alla ricerca della qualità”. Quest’ultima non una sterile parola, ma un obiettivo programmato e ricercato a partire dalle scelte effettuate, sia per gli impianti dei nuovi vigneti sia per la successiva gestione. Ventitré ettari di filari che segue personalmente e costantemente, focalizzando l’attenzione su “scelta” e “purezza” dei risultati; in cantina ha un preciso percorso che egli stesso definisce tecnico atto a personalizzare il più possibile i vini prodotti.

 

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“Oltre alla particolare selezione dei cloni di Nebbiolo su cui mi concentro da circa trent’anni –valore aggiunto al nostro terroir, comprendente sia i suoli e le giuste esposizioni quanto il fattore umano, non sempre facilmente misurabile - ho anche il varietale Sauvignon e filari di Chardonnay. Lavoro con cloni esclusivamente francesi: sono più caratterizzanti e in piena sinergia con le nostre altitudini e soprattutto con i nostri suoli, poveri ma nello stesso tempo ricchi di scheletro. Sono i vini bianchi che mi regalano sorprese costanti, fatte di sensazioni uniche e di grande longevità, perché fare vino non ha mai una ricetta”.

 

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Il Sauvignon proviene da vigneti posti a circa 550 metri, scelto e preferito al più autoctono Arneis proprio per la sua capacità di invecchiamento. I vini bianchi hanno tecnicamente grande longevità: su di essi Giovanni imposta un lavoro differente basato su periodi lunghi di maturazione sulle fecce fini e nessun travaso, in questo modo riesce a mantenere livelli di CO2 tali per cui i valori di solforosa totale sono molto bassi. Un lavoro, ma soprattutto, una filosofia interessante che permette di dare al cliente finale vini con qualche anno in più sulle spalle.

 

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In degustazione un calice di Sauvignon D’Amblè, 2017 a cui segue D’Amblè, 2016. “Le vedi nel calice le differenze: è semplicemente la natura da assecondare che regala bouquet così complessi di frutta tropicale e profumi di nettarine. Il 2016, complice l’annata, è un sorso più teso e minerale. I vini sono completamente secchi, e per secchi intendo con un residuo zuccherino uguale a zero, questo perché ogni coda di fermentazione è in grado di incidere a sua volta sulla qualità”.

Il secondo bianco o, il primo se volete, che ha portato Giovanni nella direzione del lavoro sulla longevità è il Très Plus. Da uve Chardonnay fermentate in legno per l’85% e Nascetta, per il restante 15%, vinificata e affinata in botti di acciaio, nasce un vino che si avvicina magistralmente ai grandi bianchi francesi. Complice la Nascetta che apporta acidità e mineralità, il Très Plus è fresco, teso, verticale.

 

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Un’etichetta che ha portato grande visibilità all’Azienda Orlando Abrigo e rientra di diritto nel “Progetto Tempo” una selezione di bottiglie di annate storiche, in pratica l’uscita in commercio dell’annata corrente è sempre accompagnata dalla rimessa in commercio di una vecchia annata. Quest’ultima bottiglia è abbigliata con una sigillatura in ceralacca che nobilita e sottolinea la pregevolezza della vecchia annata.

Pare banale dinanzi alla complessità di questo sorso parlare semplicemente di Chardonnay o Sauvignon. Il vitigno perde in qualche modo se stesso per entrare in una dimensione dove il tempo ne ha accresciuto ogni sua peculiarità. Ogni gesto è atto a valorizzare l’invecchiamento, dando senso compiuto al concetto di longevità.