Indonesia, il viaggio continua

di Emanuela Sanavio
Dic. 2, 2018

Dai monti alle spiagge e dove nasce anche il caffè Kopi Luwak

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Continua il mio viaggio in Indonesia suggerendovi di vedere, durante il soggiorno in questi angoli di paradiso, la coltivazione e torrefazione del famosissimo caffè Kopi Luwak. La bevanda prende il nome dallo zibetto che mangia le bacche che poi fermentano nel suo intestino. Le bacche che escono con gli escrementi vengono subito lavorate e poi i chicchi sono tostati. Questo avviene con un procedimento manuale che rende prezzo del prodotto finale da capogiro per un eccellente prodotto che, privo della parte amarognola, rilascia un aroma particolarmente cioccolatoso.

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Da avventuriera affaticata dal trekking mi concedo 12 ore in uno Resort tra i più belli della zona, lo Jungle Fish,, dove decido di andare con un taxi-scooter che costa come un vero taxi ma è molto più veloce e divertente! La zona si chiama Chapung, un paradiso immerso tre risaie e giungla indonesiana. Si tratta di un fantastico Resort dove è possibile trascorrere una giornata tra l’infinity-pool e l’area wellness assaggiando deliziosi smoothies o consumando un semplice piatto a bordo piscina.

 

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Decido di cominciare con un massaggio balinese di 60 minuti eseguito da mani sicure con oli scelti ad hoc. La sessione inizia con una tisana propedeutica al rilassamento e tutto si svolge in una stanza che dà su un giardino dove scorre l’acqua del torrente antistante. Se esiste l’Eden dev’essere così! Il piacere che si sprigiona dalla mia pelle si riflette sul volto disteso: è quanto di meglio potessi concedermi. Continuo la giornata sedendo a bordo vasca con un’insalata di pollo e avocado con noci e mela. Poi anora un tuffo in una piscina che sembra proseguire di vasca in vasca dentro il fitto della giungla, dove tra il verde smeraldo e il turchese del cielo sfavillano i colori dell’iride come le sette meraviglie.

 

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Al terzo giorno sento nuovamente bisogno di spiaggia e di sabbia, di onde oceaniche e orizzonti senza fine, così preparo il mio transfer per Canguu, una località balneare legata al surf, prediletta da un turismo fricchettone e seguace del motto mens sana in corpore sano. Diciamo che qui non vedrete né vivrete il vero spirito hindu o balinese delle precedenti mete. È il punto di partenza per visitare splendidi templi come il Tanah Lot, mistico luogo sul mare da vedere al tramonto mentre farete un bagno tra onde vertiginose. Non perdete una visita al Tugu Hotel , resort vintage con affascinanti arredamenti in puro stile locale. Bastano due notti e già ci si stanca. Il mio transfer è pronto alle sette del mattino per portarmi a Padangbai, porto a nord ovest dove prendo una fast boat fino a Gili Air, meta che merita almeno 5 giorni se si amano la vita spartana, le cene con piedi nella sabbia, il cielo stellato come soffitto, le meravigliose barriere coralline e…i piccoli varani al posto dei cani.

 

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Per raggiungere la più piccola isola di questo arcipelago si impegnano circa 2 ore con barche veloci. Gili air la si può percorrere nella sua circonferenza in un’ora e mezza di passeggiata, consiglio però di noleggiare una bicicletta. Le stradine sono per lo più in terra battuta e non ci sono mezzi motorizzati, solo cavallini che trainano carretti. La peculiarità di quest’isola è insita nelle sue maree: dalla mattina e fino al primo pomeriggio con l’alta marea ci si può immergere ovunque o praticare snorkeling e godere di pesci multicolori, tartarughe, mante e a volte cavallucci marini. La barriera corallina è proprio sotto i vostri piedi o a poche bracciate dalla riva. Verso sera l’acqua batte in ritirata e scopre i fondali svelando un panorama lunare che al tramonto affascina chiunque si fermi per un drink.

 

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La vita isolana è veramente lenta, slow motioned è la colazione, lento è il sole che sale per poi tingere l’acqua di splendidi toni di blu, turchese, azzurro, indaco. Lenti anche gli indigeni che qui sono musulmani, placida è la vita di fronte al vulcano con i suoi fumaioli sparsi qua e là quasi a dire “sto sonnecchiando, non disturbatemi”. Si percepisce una sacralità con la quale tutti convivono. Molte spiagge sono nere come la lava e alcuni edifici presentano lievi fratture dall’ultimo terremoto, ma negli occhi e nel sorriso degli isolani appare solo la gentilezza nei confronti dell’ospite.

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Come nei ristoranti e nei warung compaiono pesci che avrete visto volteggiare tra i coralli o avvicinarsi in cerca di briciole di pane, così il pesce pappagallo o altri parenti multicolor saranno pronti per la brace tanto da farvi sentire assaliti da un sentimento di pietà e magari sceglierete una sana zuppa di latte di cocco e verdure. Però le aragoste no, a loro non si può rinunciare, accompagnate da due belle birre locali Bintang.

Mettete in conto un rientro atroce, sia per l’ingestibile jet-lag sia per i meravigliosi ricordi che vi accompagneranno implacabili per i giorni a venire, quelli di un’isola degli dei dove noi stessi ci sentiamo divinità.

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