Nella TERRA DEI TIEPOLO

di Vinoecibo
Luglio 16, 2019

Un viaggio affascinante e senza tempo lungo la Riviera del Brenta

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TERRA DEI TIEPOLO è la denominazione data con proprio marchio al territorio del Miranese e comprende i Comuni di Martellago, Mirano, Noale, Salzano, Santa Maria di Sala, Scorzè e Spinea. Il nome evoca il forte legame che i Tiepolo, in particolare il capostipite Giambattista e il figlio Giandomenico hanno avuto in questo territorio. Tra il 1759 e il 1797, in piena autonomia, senza committenza se non se stesso, egli decorò tutta la casa nella Villa di Zianigo. In questa testimonianza appaiono sia il suo percorso individuale sia l’evoluzione dei tempi, i cambiamenti anticipati dal Mondo Novo, che porteranno purtroppo alla fine della Serenissima.

Per voi, il nostro viaggio inizierà da Mirano, città di origini antichissime, lo dicono il suo stemma e la sua storia.

 

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Passato sotto la Repubblica Veneta e divenuto sede di una vicaria, Mirano mutò il suo stemma in una croce rossa su sfondo argento, con un’altra croce rossa in campo aureo nel primo quarto. Il 20 ottobre 1846 infine, si giunse alla realizzazione dello stemma tuttora usato: uno scudo a sfondo rosso con croce d’argento, ed altra piccola croce d’argento nel primo quarto. lo scudo viene contornato da una cornice d’oro, lavorata ad arabesco.

I significati attribuiti allo stemma sono:

- il colore azzurro dell’antica bandiera dimostrava fedeltà verso i Carraresi e verso Padova;

- l’aquila ricordava il vessillo dei Troiani, che, guidati da Antenore, si vuole abbiano fondato con Padova anche Mirano;

- Mirano assunse la croce perché era presente nello stemma di Padova e perché era della fazione Guelfa contro l’imperatore Massimiliano nella Lega di Cambrai;

- l’argento indica la lealtà e la concordia di Mirano;

- il rosso indica il sangue sparso dai Miranesi per la libertà;

- la piccola croce d’argento posta sul primo quarto indica la stretta unione e dipendenza che Mirano ebbe con Padova”

 

BREVE STORIA DALLE ORIGINI AD OGGI

 

Le origini di Mirano affondano nella storia più lontana. Il nome Mirano, anticamente Miranum, deriva molto probabilmente da mira o specola; i Romani vi dovevano tenere un osservatorio militare, come nel vicino paese di Mira, a salvaguardia del territorio bonificato e reso fertile entro la strutturazione viabile del "graticolato". Era così chiamato quel grande sistema di appoderamento romano che si estendeva in una vasta porzione di territorio a nord est della grande Patavium. Ancora oggi è facilmente riconoscibile e chiunque si trovi a percorrere le strade dei Comuni di Mirano, Santa Maria di Sala, Borgoricco e Camposampiero rimane impressionato dalla regolarità sia del tracciato viario, con strade che s'incrociano ad angolo retto, che della suddivisione della superficie agraria. Si trattava di un grande “ager” suddiviso in centuriae quadrate di 710.40 metri, pari a 2400 piedi romani.

Dipendeva giurisdizionalmente dal Municipium di Padova, una tra le più fiorenti città dell'Impero Romano. Probabilmente tuttora è la più grande e meglio conservata delle centuriazioni romane conosciute. Gli agri centuriati suddivisi da linee perpendicolari costituivano un sistema viario e territoriale orientato al centro propulsore: le vie che correvano in direzione nord-sud si chiamavano Kardines, quelle che correvano da est a ovest si chiamavano Decumani. Spesso al posto (o a fianco) di un kardo o di un decumanus c’era un canale, che oltre a migliorare il deflusso delle acque faceva anche da confine. I limiti certi di questa centuriazione erano il corso del Brenta a ovest e del Muson a nord-est: non è dimostrato che essa giungesse fino al mare, ma prolungando idealmente il decumanus maximus si arriverebbe proprio dove oggi si trova Mestre. Forse fu sconvolta dagli interventi idraulici dei veneziani. Una "via Desman" (da decumanus) testimonia come il ricordo della romanità sia stato volgarizzato nel linguaggio parlato dalla popolazione locale, i Veneti, arrivando vivo fino ai nostri giorni. Le antiche strade romane del territorio di Mirano sono riconoscibili non solo per i nomi ma anche grazie ad una segnaletica stradale speciale realizzata alcuni anni fa dal Comune sulla base di uno studio del Gruppo "Desman", con cartelli gialli a scritte nere collocati sotto gli indicatori viari. Marziale, nei suoi Epigrammi, ricorda Mirano come luogo che dà del buon vino, benché non molto gagliardo.

 

 

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Alla caduta di Roma e dopo i primi saccheggi e distruzioni barbariche, il territorio miranese fu riorganizzato da Vitaliano Primo da Padova, legionario fedele all'Impero d'Oriente, ma nel 568 Padova veniva assediata dalle orde longobarde che si accamparono anche a Mirano e nelle fertili campagne circostanti, distruggendo ogni cosa. Il territorio passò quindi in proprietà ai Collalto, signorotti longobardi, e fu aggregato al trevigiano. Nel 1117 l'abate Pietro di Sant'Ilario acquistava il Miranese, sicché la zona passava sotto la protezione veneziana. Col risollevarsi di Padova, nel periodo comunale, Mirano ritornò nuovamente sotto l'influenza patavina. Si provvide allora alla costruzione di un castello a difesa del paese.

Fortunatamente l’opera di colonizzazione realizzata dai Romani non s'interruppe, raccolta e potenziata come fu dai Benedettini, ai quali va appunto ascritta la seconda delle tre colonizzazioni del territorio, ultima quella dei Veneziani. Della presenza dei Benedettini, delle loro masserie, il territorio è pieno di testimonianze. In quei tempi lontani il territorio era soggetto a continue incursioni di bande d'armati; disastrose furono le scorribande degli Ungari, nonché le lotte fra Padova e Treviso (1229). Dopo le parentesi di conquiste e della tirannia di Ezzelino da Romano (1237 - 1256), Mirano tornò sotto il governo della Repubblica di Padova, che nel 1272 provvide ad una nuova fortificazione del paese e a lasciarvi un presidio forte di 300 fanti e 200 cavalieri.

Nel 1303 Bolzonella, unica figlia ed erede del conte Pietro da Peraga, portò in dote al conte Badoero, potestà di Padova, vari possessi terrieri, fra cui Mirano. Sedici anni più tardi, verso il 1320, Cangrande della Scala, in guerra contro Padova, assale e distrugge completamente il castello di Mirano, di cui oggi resta traccia solo nei toponimi Castellantico, Bastia Entro, Bastia Fuori.

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Cinque anni dopo il territorio di Mirano veniva dato da Padova nuovamente ai Peraga, e precisamente a Filippo, quale ricompensa per i danni subiti nei suoi possedimenti di Peraga e Vigonza, nonché per servigi resi alla città. Intanto Treviso, Conegliano e Castelfranco, per salvarsi dalle scorribande degli Ungari incoraggiati dai Carraresi, chiedono di essere annessi alla Repubblica Veneta; il 15 febbraio 1344 il Consiglio dei Trecento inviava i suoi rappresentanti a Venezia per l'atto di sottomissione. Nello stesso periodo in Mirano i da Peraga, e pure i Tempesta a Noale, fortificavano il paese, che resistette con valore durante le liti fra Padova, allora dominazione dei Carraresi e Venezia, verso la fine del 1300.

Nel 1403 Mirano cadeva in mano alle milizie veneziane; dopo il 1405, con la conquista di Padova da parte della Serenissima, Mirano col suo territorio fu soggetto alla Repubblica di San Marco, dalla quale fu dominato fino al suo crollo nel 1797.

Venezia, con l'annessione del territorio, pose all'incanto i beni dei Peraga, e Mirano venne dato per una metà ad Antonio Fasolo da Chioggia per lire venete 12.000, e per il rimanente ai fratelli, cittadini veneti, Nicoletto e Moretto Bonifacio, che versarono per quasi tutto il centro di Mirano lire 16.000.

Nel 1509 il paese subì le devastazioni dell'esercito imperiale durante le guerre della Lega di Cambrai. In questo periodo il miranese Alvise Dardanio diede un contributo indispensabile alla riconquista di Padova da parte della Repubblica di Venezia e perciò fu ricompensato dal Senato Veneto con l'onorificenza di Cancelliere Grando, massima carica per un cittadino non nobile.

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Il domino veneziano portò un lungo periodo di pace durante il quale il Comune raggiunse il suo massimo splendore, con l'espandersi della cultura di villa (soprattutto nel Sei - Settecento). Mirano si popolò di ville aristocratiche, di case padronali e rurali, che ancor oggi ingentiliscono la sua campagna, in un grande potenziamento dell'agricoltura.

Vi si produceva un vino assai richiesto dalla marina perché singolarmente adatto a sopportare gli scuotimenti della navigazione.

Alla Serenissima è legato anche lo scavo del Taglio, il canale rettilineo che nel 1606 collegò il Muson alla Riviera del Brenta, proseguendo poi col nome di Novissimo per tutta la conterminazione lagunare fino a Chioggia. Il canale rese Mirano un importante capolinea della navigazione fluviale veneta e favorì il suo sviluppo industriale e commerciale nel periodo successivo all'Unità d'Italia (1860), fino all'epoca dei trasporti su strada. L'antica stazione di posta, per il cambio dei cavalli, è stata demolita nel 1963 per far posto alla nuova costruzione della Banca di Novara.

 

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Dopo l'unità e comunque prima del 1900 un ramo del fiume Muson che attraversava Mirano è stato interrato cosicché nel centro del paese, che prima si trovava su un'isola, fu possibile creare una piazza per il monumento a Vittorio Emanuele II e per la passeggiata borghese. Ma l'interramento fu realizzato anche allo scopo di portare in Mirano la ferro-tranvia, oggi non più esistente. Mirano svolse un ruolo importante nel periodo della Resistenza armata e civile al fascismo e al nazismo. Ai numerosi giovani che furono massacrati durante la lotta partigiana tra il 1944 e il 1945 è stata dedicata la piazza principale, un tempo piazza Vittorio Emanuele II e in seguito piazza Martiri della libertà.

Mirano oggi ha raggiunto una popolazione di poco superiore ai 26.000 abitanti, e nonostante lo sviluppo e l'espansione recenti, che hanno portato, come del resto in tutto il mondo industrializzato, a spostare la distribuzione della forza lavoro prevalentemente nel settore terziario a discapito dell'agricoltura, ha ancora nella vivacità un elemento fondante. È un attivo centro commerciale e sede di molte attività artigianali e industriali.

 

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I TIEPOLO a Mirano

Il carattere, la fama universale di Mirano, vengono oltre che dalla storia, in fondo comune a molte cittadine venete, dall’impronta, dalla testimonianza artistica della famiglia dei Tiepolo, il padre Giambastista e due dei suoi otto figli, in particolare Giandomenico e Lorenzo.

Giandomenico Tiepolo o Giovanni Domenico Tiepolo, nacque il 30 agosto 1727 a Venezia, da Giambattista Tiepolo, tra i massimi esponenti del Rococò e ultimo grande protagonista della decorazione monumentale in Europa, e da Maria Cecilia Guardi, sorella dei due vedutisti: Francesco e Gianantonio Guardi. Giandomenico aveva ben otto fratelli, fra cui Lorenzo, più giovane di lui, pittore anch’esso, e Giuseppe che in seguito divenne sacerdote dell’ordine dei Somaschi fondato dal Beato Gerolamo Miani.

A 13 anni entrò a far parte della bottega del padre e a 19 anni ricevette l'incarico di dipingere nell'oratorio del Crocefisso della Chiesa di San Polo la serie di Stazioni della Via Crucis riprodotta, successivamente, in quattordici fogli incisi all'acquaforte tra il 1748 e il 1749.

Dalla fine del 1750 alla primavera del 1753 fu con il padre, in Baviera, a Würzburg, per occuparsi delle decorazioni della “Residenza” del vescovo Karl Philipp von Greiffenklau, principe del Sacro Romano Impero. In quella occasione gli venne concessa l’autonomia nell’esecuzione delle sovrapporte (“Giustiniano legislatore”, “Costantino difensore della Fede”, “S. Ambrogio respinge l’imperatore Teodosio”). Per il principe vescovo dedicò nel 1753 le ventiquattro incisioni dell’album delle “idee Pittoriche sopra la fuga in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe...”.

Al rientro a Venezia si avvicinò alla bottega di Pietro Longhi e dello zio Francesco Guardi. Tra il 1753-1754 eseguì Il minuetto. Il dipinto raffigura elegantemente il ballo del minuetto nel giardino di una villa veneta: il patriziato di Venezia infatti era solito trascorrere i propri momenti di svago nelle ville di campagna, lontano dai rumori e dalla frenesia della città. In quest’opera egli mise tutta la sua venezianità. Infatti, all’interno del dipinto sono rappresentati due personaggi della Commedia dell'Arte Veneziana: si tratta di Pantalone, in tabarro nero e le calze rosse, al centro del dipinto, mentre sta ballando, e Colombina, la giovane subito di fronte a lui. Sulla destra, inoltre, vi è un personaggio che indossa il tricorno e la bautta, la tipica maschera veneziana. Il dipinto, ci invia l'immagine di un’aristocrazia spensierata che cerca di non pensare all'irreversibile decadenza che Venezia stava conoscendo e che nel giro di qualche decennio l'avrebbe portata alla fine della sua indipendenza.”

 

 

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Tra il 1754 e il 1755 fu a Brescia dove dipinse per il presbiterio della chiesa dei Santi Faustino e Giovita, l'Apoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica, probabilmente su progetto del padre. Il grande affresco venne completato da due riquadri, ad affresco, sulle pareti laterali, rappresentanti il Martirio dei santi Faustino e Giovita e l'Intervento dei santi patroni in difesa di Brescia assediata da Nicolò Piccinino. Sicuramente contemporaneo a queste opere, è il ciclo decorativo dello studiolo dell'Abate, sempre nel monastero dei Santi Faustino e Giovita.

Nel 1957, il padre Giambattista, con una parte dei guadagni derivanti dai grandi lavori eseguiti nel castello di Wurzburg in Baviera, acquista, con atto notarile datato 24/12/1757, una casa di campagna a Zianigo di Mirano. Giandomenico sentì subito questa casa come sua.

Nel 1757, fu chiamato, insieme al padre, da Giustino Valmarana, per realizzare gli affreschi nella Villa Valmarana "Ai Nani" a Vicenza, La Villa è uno splendido sito architettonico e artistico composto da tre edifici e da un grande parco d’epoca. Gli edifici: la Palazzina, la Foresteria e la Scuderia, sono circondati da aree verdi disegnate per rispondere a diversi gusti estetici ed esigenze funzionali: si va dal giardino all’italiana con la colombaia e il pozzo, alla passeggiata tra i carpini, alla pagoda nel bosco. La Villa prende il nome dalle statue dei 17 nani in pietra, un tempo disseminati nel giardino, ora disposti sul muro di cinta che circonda la proprietà. Tra questi sono riconoscibili alcuni espliciti riferimenti al teatro dei burattini e alla commedia dell’arte (il Re, il Soldato, il Dottore, il Cavalier servente, il Turco, il Guardiano del serraglio, ecc.)

A Villa Valmarana i Tiepolo si spartiscono gli ambienti: il padre affresca la Palazzina e Giandomenico la Foresteria, anche se in alcuni ambienti lavorano insieme. Nella Palazzina, Giambattista, nel pieno della sua maturità artistica, si dedica ai grandi temi epici, scegliendo quando possibile gli episodi sentimentali: Ifigenia in Aulide, Iliade, Eneide, Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata.

Nella Foresteria, invece, Giandomenico esprime al meglio se stesso e il suo modo di intendere la pittura, un modo completamente diverso da quello classico del padre, molto più moderno e ispirato all'illuminismo. Negli gli affreschi con cui decora la Stanza Cinese, la Stanza dei Contadini, la Stanza delle Stagioni, la Stanza del Carnevale, egli ritrae, con acuta ironia, la società veneziana del tempo. Alcuni di questi soggetti, tra cui Mondo Novo, verranno, più avanti, da lui ripresi nella villa di Zianigo.

 

 

Nella Foresteria anche Giambattista ha voluto segnalare la sua presenza: infatti, è opera della sua mano la Stanza degli dei dell’Olimpo con la celebre Venere.

Al termine dei lavori, rientrato, nella villa di famiglia a Zianigo, si dedicò subito alla decorazione di soffitti e pareti. Nel 1759 iniziò la decorazione del soffitto del “portego” ( quel largo corridoio che nei palazzi veneziani attraversa da un capo all’altro l’edificio e viene usato per i ricevimenti),realizzando “Il trionfo della Pittura su tutte le altre Arti”. Poi, fu la volta della chiesetta, dove, sull’altare dipinse un tondo con la “Sacra famiglia e il Beato Gerolamo Miani”, mentre, sulle pareti laterali, realizzò degli affreschi in monocromo. Chiamato a Udine presso l’Oratorio della Purità per eseguire una pala di soggetto biblico, interruppe i lavori e lasciò Zianigo.

Nel 1761 affrescò, con il padre, il soffitto del salone principale della Villa Pisani di Stra. L’opera, denominata “Trionfo della famiglia Pisani” presenta un cielo azzurro e nuvole dove compaiono molte figure allegoriche. Sulla parte inferiore dell’ovale, poi si riconoscono i membri della famiglia Pisani. Nella parte opposta compaiono le personificazioni dell’Asia e dell’America in riferimento ai commerci che la nobile famiglia aveva con quei continenti. Le otto figure allegoriche a grisaglia su fondo oro, poste sopra le porte e le finestre, furono opera di Giandomenico

Nel 1762 venne chiamato, ancora con il padre, a Madrid da Carlo III Borbone, re di Spagna, per dipingere la Gloria di Spagna presso il Palazzo Reale, e le stazioni della Via Crucis per la chiesa di San Filippo Neri.

Alla morte improvvisa del padre, avvenuta il 27 marzo 1770, Giandomenico tornerà a Venezia, lasciando a Madrid il fratello Lorenzo. Qui egli crea la sua bottega e consolida la sua reputazione di pittore e incisore. Nel 1771, con animo del tutto diverso, Giandomenico riprende i lavori alla casa di Zianigo ed inizia ad affrescare il “tinello”, dove già aveva decorato il soffitto con gli Episodi di storia Romana”. Prende così corpo la “camera dei Satiri”

Nel 1772 venne nominato maestro e quindi membro dell’Accademia Veneziana di Pittura e Scultura e nel 1780 ne diventò Presidente sino al 1783.

Nei 20 anni della sua vita, tra il 1770 e il 1790 egli si impegnò, soprattutto, nell’esecuzione di centinaia di disegni e di incisioni, dando piena libertà alla propria ispirazione realistica, sempre velata da un filo di malinconia per il presentimento del crollo di una civiltà millenaria ormai allo sfacelo, e continuando ad affrescare la Villa di Mirano che sentiva sempre più come il proprio rifugio. Nel 1789 fu chiamato ad affrescare il Palazzo Contarini di Venezia dove usò temi e stile propri del padre Giambattista. Ma fu nel 1791, che a Zianigo, diede finalmente sfogo alla sua ispirazione. Le pareti della villa di famiglia si animarono con tre scene grandezza naturale e a vivi colori che non rappresentano più un mondo mitologico,un “mondo morto”, ma un “mondo vivo”, la società del tempo. Erano nati Mondo Novo, Minuetto in Villa e La Passeggiata.

 

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Da questo momento non si ferma più e dal 91 al 97 decora tutta la villa. Nel 1793 sul soffitto dipinge il famosissimo ovale con L’altalena di Pulcinella cui seguiranno nel 1797 altri affreschi con scene di vita di Pulcinella: Pulcinella e i saltimbanchi, Pulcinella innamorato e la partenza di Pulcinella.

In questi anni produsse una serie di disegni dedicati al “Divertimento per li ragazzi carte n.104”, riprendendo il personaggio Pulcinella, già presente negli schizzi paterni, e facendo la parodia della società veneziana.

Gli affreschi, dopo essere stati strappati nel 1906, per essere venduti in Francia, sono ora conservati nel Museo di Ca' Rezzonico a Venezia.Giandomenico Tiepolo morì a Venezia il 3 marzo 1804. Era nato Veneziano, morì Austriaco ma fu veramente “il pittore della Terraferma.

( Testo composto con l’utilizzo di diverse fonti: Roberto Gallorini, materiali forniti dello Iat Villa Widmann di Mira e il volume Ville Venete nel territorio di Mirano Marsilio Editori)

 

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NELLA RIVIERA DEL BRENTA

Impossibile visitare le ville da Padova a Venezia in pochi giorni, è bello ritornare e ritornare… nella Riviera del Brenta, anzi “La Brenta, quasi borgo di Venezia”, considerata un naturale prolungamento dei palazzi sul Canal Grande.

La nascita delle Ville non è stata un fenomeno solo estetico, ma al contrario un fenomeno economico, voluto dalla Serenissima: le Ville Venete nascono da investimenti sul territorio da parte dell’aristocrazia veneziana, dopo la constatazione che Venezia avrebbe perso il suo potere sui mari.

Il primo grande studioso sul tema delle Ville Venete fu Giuseppe Mazzotti :ne fu il più convinto propugnatore, tanto che riuscì a fondare proprio lui l'Ente per le ville Venete. Il suo interesse per questo patrimonio risale agli anni Cinquanta. Nel settembre 1957 pubblicò su Le Vie d'Italia Ville venete, tempo di rinascita; qui già nel 1952 cercò di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica e del Governo sulla necessità di valorizzare quel particolare patrimonio architettonico veneto «Ancor oggi quegli edifici sembrano usciti per misteriosa virtù dalla terra, come alberi o fiori, nei soli luoghi in cui avrebbero potuto sorgere, quasi che dal principio del mondo quelle campagne, quelle colline, quei fiumi altro non avessero atteso che quegli edifici per completarsi armoniosamente a formare un paesaggio».

Fa impressione ciò che denuncia nello stesso articolo (siamo nel 1957...) «Girando per la campagna alla “scoperta” delle ville non segnalate, si è potuta fare una probante e triste esperienza in materia. Stupende sale a stucchi ridotte ad uso di stalla; soffitti dipinti crollati o crollanti. Edifici di rara bellezza in mano di proprietari che minacciano o compiono trasformazioni...»
Fu lui il promotore nei primi anni Cinquanta di una importante mostra sulle ville Venete che aveva l'obiettivo di far conoscere queste bellezze per poterle salvaguardare. La mostra fece tappa prima a Treviso al Salone dei Trecento, poi al Palazzo Reale di Milano, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, quindi a Londra al Reale Istituto degli architetti britannici, in altre 12 città inglesi e infine a Copenaghen.

 

 

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Le Ville erano né più meno delle imprese agricole, con campi coltivati, broli, frutteti, vigneti, agrumeti, gelsi per bachi da seta, rivi, canali. Il fronte importante era sul fiume, quello agricolo sul retro e di lato, le famose barchesse, all’inizio ricoveri d’attrezzi. In un recente convegno organizzato dal Comune di Mira, l’architetto Giuseppe Rallo ha evidenziato che in tutte le ville c’era un sistema organizzativo produttivo e che si sta cercando di recuperare in certi casi, anche espropriando, il territorio agricolo, in modo che non subisca la lottizzazione selvaggia degli anni passati, perché il vero monumento è l’intero complesso dove anche il paesaggio agricolo fa la sua parte.

Il tema riguarda anche Villa Pisani di Stra, settecentesca, famosa un per la grandeur dei Pisani, ma anche per la produzione di agrumi …gli esempi sono centinaia, le Ville Venete da Venezia a TV, PD, VR, BL,RO, comprendendo il Friuli Venezia Giulia, fino all’Istria e a occidente fino a Bergamo sono più di 4.000. Un fenomeno unico al mondo riconosciuto come patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Tre esempi illustri rappresentano in un certo senso l’evoluzione della Villa Veneta, dal 500 al ‘700: una sola è di Palladio, Villa Foscari a Malcontenta, Villa Foscarini Negrelli Rossi, del ‘600, é di Vincenzo Scamozzi, Villa Pisani di Stra, del ‘700, é di Frigimelica/Preti.

Tutto è iniziato con Andrea Palladio, padovano, figlio del mugnaio Pietro dalla Gondola, nato nel 1508, genio “dottato” e valorizzato a Vicenza, che nella sua opera “I quattro libri dell’architettura” (1570) espone i canoni di equilibrio e eleganza che si rifanno alla cultura di Roma, generando il fenomeno che va sotto il nome di Palladianesimo. Le sue costruzioni sono diventate modello dell’architettura mondiale, che riscontriamo, negli Usa, in Europa, in Russia…

 

 

Per i testi e informazioni raccolti in questo lunga "passeggiata" ringraziamo Luciana Sidari ( 3476404360 ), giornalista iscritta all’OGD del Veneto luciana.sidari@lucianasidari.it. E’ stata direttore di Villa Foscarini Rossi di Stra e di Villa Contarini a Piazzola sul Brenta. Laureata in Lingue e letterature all’Università di Ca’ Foscari è appassionata di storia di Venezia, in particolare sul tema delle Cortigiane e su quello del Gioco d’Azzardo ha organizzato due mostre a Ca’ Vendramin Calergi sede del Casinò di Venezia. Ha collaborato molti anni come responsabile congressi per Edizione Property ( Hotel Monaco& Grand Canal, Relais Monaco, Asolo Golf Club) del Gruppo Benetton.

Si ringrazia inoltre il dott. Roberto Gallorini, presidente proloco di Mirano per i suoi precisi riferimenti storici sulla città natale dei Tieopolo. Infine si ringrazia  Enrico Jesu,  Meetings Business Development Manager  - Direzione Commerciale  www.velaspa.com    

 

 

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