Nel Mondo Del Vino Nella Terra Degli Zar

di Mario Stramazzo
Ago. 6, 2015

Poca storia per il vino russo ,Nel mondo del vino nella terra degli Zar

Oltre la vodka

Parlare di vino russo significa immergersi in una storia relativamente recente se prendiamo a paragone gli sviluppi della viticoltura in paesi come l’Italia, la Spagna e la Francia, o addirittura la Georgia volendo guardare ad esempi più esotici.
Oggi il panorama della produzione in Russia presenta delle eccellenze davvero notevoli e grazie alle particolari caratteristiche delle regioni meridionali vicino al Mar Nero alcune cantine stano producendo vini di pregio dalle qualità assolutamente uniche. Eppure fino a pochi decenni fa era difficile che intenditori enologi ed appassionati rivolgessero le loro attenzioni verso questo paese, così come nella percezione comune la Russia era facilmente associata alla vodka e poco altro. Come si è arrivati a questo cambiamento? Per indagare i particolari meccanismi che hanno determinato la cultura del vino in Russia dobbiamo intraprendere un viaggio che inizia alla corte degli Zar e attraversa i cambiamenti sociali e politici indotti dalla fine dell’Impero Sovietico, che tanto hanno modificato la morfologia sociale di questo paese e le sue strutture economiche.

Oltre la vodka

Un gusto che insegue la storia

Le condizioni climatiche particolarmente estreme della gran parte del territorio russo non lo rendono certo la culla adatta alla crescita della vite e l’introduzione di questo tipo di coltivazione (autoctona solo nelle aree meridionali dell’Impero soggette all’influenza dei regni del Caucaso) risale in realtà ad epoche recenti, quando i desideri e le abitudini della corte zarista imposero attorno al tardo XIX secolo l’uso della bevanda e vennero importate varietà botaniche e tecniche di produzione moderne di stampo francese, cultura dominante fra le aristocrazie europee.
Dalla fine dell’800 il paesaggio russo ha visto una radicale trasformazione proprio a causa di questa imposizione: basti pensare che attorno al 1950 l’allora URSS occupava il quinto posto mondiale per estensione di vigneti.
Una trasformazione così netta e rapida è stata possibile grazie all’introduzione – attorno agli anni ’30 – di particolari specie ibride che hanno dato vita a estesi vitigni resistenti al gelo e con una resa elevata, ma da cui si otteneva una qualità piuttosto scarsa, con vini acidi e privi di struttura. Per molto tempo la soluzione scelta dalla massa dei produttori fu quella di “ritoccare” il prodotto scadente con l’aggiunta di glucosio, alcol etilico, aromi, coloranti…il risultato è stato per decenni un cosiddetto vino dolce o semidolce, a cui il gusto della clientela russa è ancora molto affezionato nonostante l’inversione di qualità dei prodotti che si cominciano a trovare sugli scaffali: se guardiamo una generica carta di vini tipici salterà all’occhio che solo un vino su sette è classificabile come secco. La maggior parte dei vini esteri “secchi” sono percepiti troppo acidi dal palato russo. Molto apprezzati sono invece i vini frizzanti, prodotto tradizionalmente vinificato in alcune cantine del sud e importato dai maggiori produttori esteri come Italia e Francia.

Un gusto che insegue la storia

Anche se la domanda di vino non è alta

Durante l’epoca sovietica oltretutto il vino non godeva di buona fama ed ancora oggi la domanda di vino è piuttosto bassa se guardiamo alle vendite complessive dei prodotti alcolici della Russia (circa l’8,5%). La copiosa produzione del paese va dunque inquadrata valutando l’enorme bacino di abitanti della Federazione che quindi a conti fatti non hanno rappresentato un settore di consumatori affezionato al prodotto. Oggi invece il mondo del vino si sta riformando e ristrutturando in un prodotto che possa essere ricercato e apprezzato proprio per la qualità, rivolgendosi a interlocutori amatori ed esperti, spesso anche in grado di acquistare un prodotto abbastanza costoso.
Guardare ai rapidissimi cambiamenti in positivo che ha fatto questo settore produttivo (e mercato) significa tornare alla caduta dell’URSS, che negli anni ‘90 ha innescato una serie di mutamenti nel paese a livello politico, sociale, di scambio: quindi inevitabilmente culturale. Per molti anni agli occhi degli , ancor prima che dei giornalisti, la Russia è stata un paese di cui era difficile interpretare, ma soprattutto prevedere, gli sviluppi. Da quando a partire dal 2010 la situazione socio-politica è relativamente stabile, si stanno vedendo gli effetti di quella che è stata essenzialmente una modifica dei consumi, degli scambi economici (e culturali) con l’estero e di mutazione della strutture sociali, per cui anche necessariamente di cambiamento dei riferimenti di valore e dei simboli di riferimento. Il panorama del vino oggi deve tantissimo proprio a questi meccanismi.

Anche se la domanda di vino non è alta

Una qualità sempre più evidente

Il consumatore russo oggi è sicuramente più attento alla qualità del prodotto, alla tracciabilità, al marchio come sinonimo di sicurezza e pregio, e questa richiesta influisce sulla produzione andando ad incidere su due fronti: da una parte vengono valorizzate quelle cantine rinomate e di pregio che coltivano nel sud del paese dove la viticoltura è una tradizione autoctona, tagliando di conseguenza fuori dal mercato molti produttori di bassa qualità; dall’altra parte molte aziende hanno cercato di allinearsi alla domanda e stanno introducendo tecnologie più moderne e metodi di vinificazione migliori oltre a nuove uve.
Per far comprendere quanto sia recente questa attenzione alla qualità è significativo sottolineare che non è ancora presente, nella legislatura russa, la categoria di “Denominazione di Origine Protetta” a tutelare i prodotti rappresentativi di una zona, di caratteristiche di vitigno, di una tradizione e di una metodologia di produzione: è evidente che laddove non troviamo un’intera categoria di valutazione e riconoscimento significa che non è sentita l’esigenza di tutelare o di certificare.
Un’esigenza che gli appassionati cominciano a rivendicare – come strumento di controllo e conoscenza, ma anche come veicolo di difesa della qualità e allineamento agli standard della cultura enologica mondiale – attraverso un uso di queste categorie talvolta improprio ma significativo come fa Artur Sarkisyan, esperto sommelier, che ha elaborato la prima “Guida dei Vini Russi” (2012) nella quale introduce nella descrizione di alcuni vini proprio la dicitura indicazione geografica protetta (mutuata dalla categoria europea) per evidenziare seppur convenzionalmente la qualità di alcuni prodotti e vitigni. Interessante di questa guida, benché basata su appena una ventina di cantine (2ª ed. 2014), è l’aver valorizzato nella selezione quei produttori che usano soprattutto uve autoctone e che quindi realizzano dei vini assolutamente peculiari e unici nel mondo.  ( prima parte - segue )


Silvia Mantovani

Una qualità sempre più evidente